The real enemy is not LDL cholesterol: it is when oxidizing
Per decenni la medicina ufficiale ha affrontato la prevenzione dell’infarto concentrandosi quasi esclusivamente sulla riduzione del colesterolo. Milioni di persone hanno ricevuto statine, beta-bloccanti, cardioaspirina e altri farmaci seguendo protocolli spesso molto simili, come se tutti avessero lo stesso rischio cardiovascolare e come se il principale responsabile dell’infarto fosse sempre e soltanto il colesterolo.
Negli ultimi anni, però, la ricerca scientifica sta restituendo un’immagine molto diversa. Oggi sappiamo che l’infarto è una malattia complessa nella quale entrano in gioco numerosi fattori: infiammazione cronica, stress ossidativo, danno dell’endotelio, insulino-resistenza, alterazioni della coagulazione, predisposizione genetica e molti altri meccanismi biologici. Il colesterolo continua ad avere un ruolo, ma da solo non basta a spiegare perché alcune persone vadano incontro a un infarto mentre altre, pur avendo valori simili, non sviluppino mai una malattia cardiovascolare.
Chi ha letto il mio libro “ Come ho guarito il mio cuore dopo un infarto: la verità su cure naturali e integratori che nessuno ti dice!”, pubblicato su Amazon ormai sedici anni fa (ora alla seconda edizione ampliata), ricorderà che già allora dedicavo ampio spazio proprio a questi argomenti. In quelle pagine parlavo del ruolo dell’infiammazione, dello stress ossidativo e soprattutto delle oxidized LDL, spiegando come il vero problema non fosse semplicemente la quantità di colesterolo presente nel sangue, ma ciò che accade quando queste particelle vengono danneggiate dai radicali liberi. All’epoca erano temi conosciuti quasi esclusivamente in ambito scientifico e poco trattati nella divulgazione. Oggi, a distanza di molti anni, sempre più studi stanno confermando l’importanza di questi meccanismi e anche la medicina sta progressivamente ampliando la propria visione dell’aterosclerosi.
Per oltre quarant’anni ci hanno ripetuto la stessa frase: “Il colesterolo LDL è il colesterolo cattivo.”
Una definizione semplice, facile da ricordare, ma che oggi la ricerca scientifica considera decisamente riduttiva. Le LDL, infatti, non sono nate per farci venire un infarto. Al contrario, svolgono un compito essenziale per la nostra sopravvivenza. Trasportano il colesterolo dal fegato a tutte le cellule dell’organismo, dove viene utilizzato per costruire le membrane cellulari, produrre numerosi ormoni, la vitamina D e gli acidi biliari necessari alla digestione dei grassi.
Senza LDL non potremmo vivere.
La vera domanda, quindi, non è perché abbiamo le LDL, ma che cosa le trasforma da preziosi trasportatori di colesterolo a possibili protagoniste dell’aterosclerosi.
La risposta che emerge dalla ricerca è sorprendente: il problema non è tanto la quantità di LDL presenti nel sangue, quanto la loro ossidazione.
Una LDL integra svolge semplicemente il proprio lavoro di trasporto. Una LDL che viene invece modificata dai radicali liberi cambia completamente comportamento. Diventa una LDL ossidata (oxLDL) e viene riconosciuta dal sistema immunitario come una particella anomala.
Ed è proprio questa trasformazione che oggi viene considerata uno dei passaggi chiave nello sviluppo dell’aterosclerosi.
Numerosi studi hanno dimostrato che le LDL ossidate sono presenti all’interno delle placche aterosclerotiche e partecipano all’infiammazione della parete arteriosa, alla formazione delle cellule schiumose e alla progressione della malattia cardiovascolare.
Cosa significa che una LDL si ossida?
Per capire questo fenomeno possiamo fare un esempio molto semplice. Immaginate di tagliare una mela e lasciarla sul tavolo. Dopo qualche ora la superficie diventa marrone. Oppure pensate ad una bicicletta lasciata per mesi sotto la pioggia. Poco alla volta il metallo si ricopre di ruggine. In entrambi i casi è avvenuto un processo di ossidazione. Anche le LDL possono subire qualcosa di molto simile. Naturalmente non diventano marroni e non fanno la ruggine, ma alcune delle sostanze che le compongono, soprattutto i grassi presenti sulla loro superficie, vengono attaccate dai radicali liberi e si modificano profondamente.
È come se la particella perdesse la propria “identità”. Da quel momento il nostro organismo non la riconosce più come una normale LDL. Ed è proprio qui che iniziano i problemi.
Chi sono i radicali liberi?
I radicali liberi vengono spesso descritti come il nemico assoluto della salute. In realtà non è così. Il nostro organismo li produce continuamente e, in condizioni normali, sono perfino indispensabili. Le cellule del sistema immunitario li utilizzano per distruggere batteri, virus e funghi. Anche durante la normale produzione di energia nei mitocondri si formano piccole quantità di radicali liberi. Il problema nasce quando la loro produzione supera la capacità dell’organismo di neutralizzarli. È questa condizione che prende il nome di oxidative stress. In pratica possiamo immaginare una bilancia. Da una parte troviamo i radicali liberi.
Dall’altra gli antiossidanti, cioè tutte quelle sostanze che il nostro organismo utilizza per neutralizzarli, come gli enzimi antiossidanti, la vitamina C, la vitamina E, il glutatione e molte altre molecole. Quando la bilancia è in equilibrio non succede nulla. Quando invece i radicali liberi diventano troppi, iniziano a danneggiare proteine, membrane cellulari, DNA e anche le LDL.
Da dove arrivano tutti questi radicali liberi?
Esistono molte condizioni che aumentano lo stress ossidativo.
Tra le principali troviamo:
- infiammazione cronica;
- diabete e glicemia elevata;
- insulino-resistenza;
- ipertensione arteriosa;
- fumo di sigaretta;
- obesità addominale;
- sedentarietà;
- invecchiamento;
- infezioni croniche;
- esposizione ad inquinanti ambientali.
Ma esiste anche un fattore spesso sottovalutato: l’alimentazione.
Negli ultimi anni numerosi ricercatori hanno concentrato l’attenzione non solo sulla quantità dei grassi introdotti con la dieta, ma soprattutto sul loro stato di ossidazione. Ed è qui che entrano in gioco le fritture.
Fritture e oli degradati: un problema molto più serio di quanto si pensi
Quando un olio viene scaldato per preparare una frittura subisce inevitabilmente alcune trasformazioni chimiche. Se poi quello stesso olio viene riutilizzato più volte, come può accadere nella ristorazione o nei fast food, queste trasformazioni diventano ancora più marcate.
Si formano infatti perossidi lipidici, aldeidi e numerosi prodotti di ossidazione dei grassi. In altre parole, l’olio si degrada. E quando consumiamo abitualmente alimenti preparati con oli degradati introduciamo nell’organismo molecole già ossidate che possono aumentare lo stress ossidativo e favorire i processi infiammatori. Gli studi pubblicati negli ultimi anni hanno dimostrato che una dieta ricca di grassi ossidati può aumentare i marcatori dello stress ossidativo, alterare la funzione dell’endotelio, favorire l’infiammazione e creare un ambiente biologico che rende le LDL più vulnerabili all’ossidazione. Questo non significa che una porzione di patatine fritte mangiata occasionalmente provochi automaticamente la formazione di LDL ossidate.
Il nostro organismo possiede efficienti sistemi di difesa. Il problema nasce quando il consumo di fritture, prodotti industriali e alimenti preparati con oli surriscaldati diventa un’abitudine quotidiana. È l’esposizione continua che, nel tempo, contribuisce ad alimentare quello stato di stress ossidativo che rappresenta uno dei principali motori dell’aterosclerosi. Per questo motivo oggi molti esperti consigliano non solo di limitare le fritture, ma anche di scegliere metodi di cottura più delicati e di utilizzare oli di buona qualità, evitando soprattutto quelli riutilizzati più volte. La qualità del grasso che introduciamo ogni giorno può essere importante quanto la quantità. Ed è un concetto che, fino a pochi anni fa, veniva spesso trascurato.
Cosa succede quando una LDL si ossida?
A questo punto possiamo porci una domanda: se una LDL viene ossidata, cosa accade esattamente? La risposta è sorprendente.
Finché una LDL rimane integra viene riconosciuta normalmente dalle cellule attraverso specifici recettori. Una volta consegnato il colesterolo, il suo compito termina e tutto procede regolarmente. Quando invece la LDL viene ossidata cambia completamente struttura. È come se perdesse il suo “documento d’identità”. Le cellule non riescono più a riconoscerla come una normale lipoproteina e il sistema immunitario la interpreta come qualcosa di anomalo. È proprio da questo momento che prende il via un processo infiammatorio destinato, negli anni, a favorire la formazione della placca aterosclerotica.
Perché l’ossidazione avviene soprattutto nelle arterie?
Molti immaginano che le LDL si ossidino mentre circolano nel sangue. In realtà le cose sembrano andare diversamente. Il sangue contiene numerose sostanze antiossidanti che proteggono le lipoproteine dai radicali liberi. Tra queste troviamo la vitamina C, la vitamina E, il glutatione, l’acido urico e diversi enzimi antiossidanti. La situazione cambia quando la parete interna delle arterie, chiamata endotelio, perde parte della sua funzione protettiva. Pressione alta, glicemia elevata, fumo, infiammazione cronica e stress ossidativo possono rendere l’endotelio più permeabile. A questo punto una parte delle LDL riesce a penetrare sotto lo strato interno dell’arteria.
Ed è proprio lì che inizia il problema.
Lo spazio sottoendoteliale è infatti molto più ricco di cellule infiammatorie e di sostanze ossidanti. Le LDL rimangono intrappolate e diventano molto più vulnerabili all’attacco dei radicali liberi. È in questo ambiente che vengono trasformate nelle cosiddette LDL ossidate (oxLDL).
Gli enzimi che trasformano le LDL
L’ossidazione non è un processo casuale. Diversi enzimi partecipano attivamente a questa trasformazione. Uno dei più studiati è la mieloperossidasi (MPO). Questo enzima viene prodotto soprattutto dai neutrofili e dai monociti, due importanti cellule del sistema immunitario. La sua funzione è molto utile: aiuta ad eliminare batteri e altri microrganismi producendo potenti sostanze ossidanti. Il problema è che queste stesse sostanze possono modificare anche le LDL presenti nella parete arteriosa.
Negli ultimi vent’anni numerosi studi hanno dimostrato che livelli elevati di mieloperossidasi sono associati ad un maggior rischio di infarto, ictus e malattie cardiovascolari. Un altro protagonista è la NADPH ossidasi, un enzima presente nelle cellule della parete vascolare che produce grandi quantità di radicali liberi. Anche la lipossigenasi contribuisce all’ossidazione dei grassi contenuti nelle LDL. In pratica possiamo immaginare questi enzimi come piccole “fabbriche” di sostanze ossidanti che, quando lavorano in eccesso, aumentano la probabilità che le LDL vengano danneggiate.
I macrofagi
A questo punto interviene il sistema immunitario. Tra le cellule più importanti troviamo i macrofagi. Il loro nome deriva dal greco e significa letteralmente “grandi mangiatori”. Il loro compito è quello di eliminare batteri, virus, cellule morte e tutto ciò che l’organismo considera estraneo o danneggiato. Quando incontrano una LDL ossidata cercano semplicemente di fare il loro lavoro. La inglobano e cercano di eliminarla. Il problema è che i macrofagi possiedono recettori particolari, chiamati scavenger receptors, che continuano ad assorbire LDL ossidate senza praticamente alcun limite. È qui che nasce il problema.
Quando il “netturbino” si riempie troppo
Immaginiamo un operatore ecologico che ogni giorno raccoglie sacchi di rifiuti. Finché il camion è mezzo vuoto tutto procede normalmente. Ma se continua a caricare senza mai scaricare, prima o poi il mezzo si riempirà completamente. Qualcosa di simile accade ai macrofagi. Continuano a ingerire LDL ossidate fino a riempirsi completamente di grasso. Osservati al microscopio assumono un aspetto pieno di piccole goccioline lipidiche.
Per questo motivo vengono chiamati foam cells, o foam cells.
Sono proprio queste cellule a rappresentare il primo nucleo della placca aterosclerotica.
Come nasce la placca
Per molti anni si è pensato che la placca fosse semplicemente un accumulo di colesterolo. Oggi sappiamo che non è così. La placca è soprattutto una lesione infiammatoria cronica.
Al suo interno troviamo:
- macrofagi pieni di grasso;
- cellule muscolari lisce;
- colesterolo;
- tessuto fibroso;
- calcio;
- cellule infiammatorie.
Con il passare degli anni questo processo continua ad alimentarsi. Altri macrofagi arrivano nella parete dell’arteria. Altre LDL vengono ossidate. L’infiammazione persiste. La placca aumenta lentamente di volume. Per molto tempo può rimanere stabile e non dare alcun sintomo. Il vero pericolo nasce quando diventa instabile.
Perché alcune placche si rompono?
Non tutte le placche sono uguali. Alcune crescono lentamente e sviluppano una spessa capsula fibrosa che le rende relativamente stabili. Altre invece mantengono un’intensa attività infiammatoria. Le cellule infiammatorie producono enzimi che possono indebolire la capsula fibrosa rendendola più fragile. Se questa sottile copertura si rompe, il contenuto della placca entra improvvisamente in contatto con il sangue. L’organismo interpreta la rottura come una ferita e attiva immediatamente la coagulazione.
Si forma così un trombo che può ostruire completamente l’arteria.
È questo il meccanismo responsabile della maggior parte degli infarti e di molti ictus ischemici.
Per questo motivo oggi numerosi cardiologi ritengono che l’obiettivo non sia soltanto ridurre il colesterolo LDL, ma anche diminuire l’infiammazione e limitare l’ossidazione delle LDL, due processi strettamente collegati alla stabilità della placca aterosclerotica.
Come possiamo ridurre l’ossidazione delle LDL?
La buona notizia è che l’ossidazione delle LDL non è un destino inevitabile. Anzi, molti dei fattori che la favoriscono sono modificabili. La ricerca scientifica mostra chiaramente che ridurre lo stress ossidativo significa creare un ambiente meno favorevole alla trasformazione delle normali LDL in LDL ossidate. Il primo passo rimane sempre lo stile di vita. Smettere di fumare, controllare la glicemia, mantenere una pressione arteriosa normale, praticare attività fisica regolare e seguire un’alimentazione ricca di verdura, frutta e alimenti poco processati rappresentano le strategie più efficaci. Ma esistono anche alcune sostanze naturali che la ricerca ha studiato con particolare interesse.
La glicina: un aminoacido spesso sottovalutato
La glicina è l’aminoacido più semplice presente nel nostro organismo. Per molti anni è stata considerata poco più di un semplice “mattone” delle proteine. Oggi sappiamo che svolge un ruolo molto più importante. La glicina è infatti uno dei tre aminoacidi indispensabili per la sintesi del glutatione, considerato il principale antiossidante prodotto dal nostro organismo.
Quando il glutatione diminuisce, aumenta lo stress ossidativo.
Diversi studi suggeriscono che l’integrazione di glicina possa migliorare la produzione di glutatione, ridurre lo stress ossidativo e l’infiammazione, soprattutto nelle persone anziane e in quelle con sindrome metabolica. Negli studi clinici le dosi utilizzate sono generalmente comprese tra 3 e 5 grammi al giorno, anche se alcuni protocolli sperimentali hanno utilizzato quantità superiori.
NAC: il precursore del glutatione
Anche la N-acetilcisteina (NAC) è una delle sostanze più studiate nel campo dello stress ossidativo.
La sua importanza deriva dal fatto che fornisce all’organismo la cisteina, l’aminoacido limitante nella produzione del glutatione. Numerosi studi hanno dimostrato che la NAC aumenta le riserve di glutatione e riduce diversi marcatori dello stress ossidativo. Negli studi clinici le dosi più frequentemente utilizzate variano tra 600 e 1.200 mg al giorno, mentre in alcune patologie specifiche sono stati impiegati dosaggi anche superiori, sempre sotto controllo medico. L’associazione tra glicina e NAC è diventata particolarmente interessante negli ultimi anni. Uno studio pubblicato dal gruppo del professor Rajagopal Sekhar ha dimostrato che la combinazione dei due aminoacidi (GlyNAC) migliora il deficit di glutatione, riduce lo stress ossidativo e migliora diversi parametri metabolici negli anziani. Anche se questi studi non avevano come obiettivo principale le LDL ossidate, il miglioramento dell’ambiente ossidativo rappresenta un meccanismo biologicamente plausibile per ridurne la formazione.
Essential ME-3: il probiotico studiato sulle LDL ossidate
Tra tutti gli integratori studiati, uno merita una menzione particolare. Si tratta del Lactobacillus fermentum ME-3, commercializzato anche con il nome di Essential ME-3. A differenza di molti probiotici, questo ceppo possiede un sistema completo di produzione e riciclo del glutatione. Negli studi clinici condotti presso l’Università di Tartu, in Estonia, l’assunzione di ME-3 ha determinato:
- una riduzione delle oxidized LDL;
- un aumento dell’attività antiossidante totale;
- un miglioramento del rapporto tra glutatione ridotto e ossidato;
- un incremento dell’attività della paraoxonasi (PON1), uno degli enzimi che protegge naturalmente le LDL dall’ossidazione;
- un miglioramento del profilo lipidico in soggetti con colesterolo borderline.
Negli studi clinici sono state utilizzate dosi comprese tra 4 e 6 miliardi di UFC al giorno, mentre alcuni lavori hanno impiegato dosaggi leggermente superiori.
Come misurare lo stress ossidativo
Molte persone eseguono periodicamente gli esami del colesterolo, ma quasi nessuno valuta lo stato ossidativo del proprio organismo. Eppure oggi esistono test relativamente semplici. Uno dei più utilizzati è il d-ROMs test, che misura la concentrazione nel sangue degli idroperossidi, sostanze prodotte durante i processi ossidativi. Valori elevati indicano un aumento dello stress ossidativo.
Accanto al d-ROMs viene spesso eseguito il BAP test (Biological Antioxidant Potential), che misura invece la capacità antiossidante del plasma. In pratica, questi due esami forniscono una fotografia dell’equilibrio tra radicali liberi e difese antiossidanti. Un d-ROMs elevato associato a un BAP basso suggerisce un organismo esposto ad un importante stress ossidativo.
Esistono inoltre laboratori specializzati che misurano direttamente le LDL ossidate (oxLDL) attraverso specifici test immunologici. Purtroppo, nonostante l’importanza che questi biomarcatori stanno assumendo nella ricerca cardiovascolare, non sono normalmente rimborsati dal Servizio Sanitario Nazionale. Chi desidera eseguirli deve quindi rivolgersi a laboratori privati, sostenendo una spesa che si aggira intorno ai 70 euro per il solo dosaggio delle LDL ossidate.
È vero, non si tratta di un esame economico. Tuttavia, se pensiamo a quanto può costare – non solo dal punto di vista economico, ma soprattutto umano – un infarto o un ictus, il suo costo appare decisamente più contenuto. Sebbene non facciano ancora parte degli esami di routine, le LDL ossidate rappresentano uno dei marcatori più interessanti per valutare uno dei meccanismi oggi ritenuti fondamentali nello sviluppo dell’aterosclerosi.
Personalmente ritengo che, soprattutto nelle persone sottoposte a forte stress, con familiarità per malattie cardiovascolari, diabete, ipertensione, sindrome metabolica o altri fattori di rischio, possa essere utile valutare periodicamente non solo il colesterolo tradizionale, ma anche lo stato ossidativo dell’organismo, attraverso esami come le oxidized LDL, il d-ROMs test e il BAP test.
Se questi valori risultano elevati, nella maggior parte dei casi è possibile intervenire con modifiche dello stile di vita, dell’alimentazione e, quando appropriato, con l’aiuto di specifici nutrienti e gli integratori descritti nell’articolo, con l’obiettivo di ridurre lo stress ossidativo e riportare questi parametri verso valori più favorevoli.


