Skip to content

The forgotten treatment against thrombosis that old doctors used in Italian hospitals

Per decenni, nei reparti ospedalieri italiani, alcuni medici utilizzarono una pratica oggi quasi dimenticata ma considerata all’epoca una delle terapie biologiche più interessanti per sostenere la circolazione e prevenire fenomeni trombotici: l’autoemoterapia.

Non si trattava di medicina alternativa nel senso moderno del termine. Al contrario, l’autoemoterapia compariva perfino nei grandi manuali clinici utilizzati nelle università e negli ospedali italiani. Tra questi vi era il celebre Manuale di Terapia Clinica del professor Messini, uno dei testi medici più consultati negli anni ’50 e ’60. Nel capitolo dedicato ai disturbi circolatori cerebrali e agli eventi apoplettici, il manuale riportava un passaggio sorprendente. Secondo gli autori Colella e Pizzillo, “utile a scopo preventivo può essere, nella maggior parte dei casi, l’autoemoterapia attuata per 6-10 giorni di seguito o a giorni alterni (10-20 cc)”.

Parole che oggi stupiscono molti lettori, ma che all’epoca riflettevano una concezione della medicina molto diversa da quella attuale, più vicina all’osservazione clinica diretta e alla capacità dell’organismo di autoregolarsi. L’autoemoterapia, come ormai tutti sapranno, consiste nel prelevare una piccola quantità di sangue venoso dal paziente per reiniettarla immediatamente per via intramuscolare. Una procedura semplice, economica e utilizzata da numerosi medici europei già a partire dagli inizi del Novecento.

Secondo molti clinici dell’epoca, questa tecnica avrebbe avuto la capacità di stimolare le difese biologiche dell’organismo, migliorare la reattività immunitaria e favorire una risposta generale dell’intero sistema circolatorio. Nel manuale del Messini, l’indicazione appare chiaramente collegata ai soggetti con “minaccia di trombosi”, specialmente quando erano presenti segni di debolezza cardiaca, polso irregolare e pressione bassa. In quei casi, l’autoemoterapia veniva considerata un possibile supporto preventivo per sostenere la circolazione e ridurre il rischio di aggravamento. Bisogna ricordare che negli anni ’60 molti medici attribuivano enorme importanza al microcircolo. Si riteneva infatti che numerose malattie nascessero da alterazioni della perfusione sanguigna dei tessuti, dalla stasi venosa e dalla riduzione dell’ossigenazione cellulare.

L’idea di reiniettare il proprio sangue aveva quindi anche un significato biologico più profondo: “risvegliare” l’organismo attraverso uno stimolo naturale, sfruttando il sangue stesso come segnale terapeutico. Nel testo del Messini emerge inoltre un approccio estremamente prudente e clinico. Gli autori sottolineavano infatti che, nei pazienti con endocardite vegetante, bisognava prestare grande attenzione, perché un’eccessiva stimolazione cardiaca avrebbe potuto favorire il distacco di frammenti trombotici o emboli. Questo dimostra come l’uso dell’autoemoterapia non fosse improvvisato, ma inserito in un ragionamento medico preciso e attentamente valutato caso per caso.

Oggi pochi sanno che terapie di questo tipo venivano insegnate nei manuali ufficiali di medicina interna e neurologia. Eppure, per molti decenni, l’autoemoterapia fu considerata da diversi medici italiani una pratica utile per stimolare la risposta dell’organismo nei disturbi circolatori e nelle condizioni di fragilità vascolare. Sfogliando quei vecchi testi si scopre una medicina diversa, meno industrializzata, più orientata alla fisiologia naturale del corpo e all’idea che l’organismo possieda meccanismi di compensazione e guarigione spesso sottovalutati.

————-
Nota: L’endocardite vegetante è una grave infiammazione infettiva delle valvole cardiache, caratterizzata dalla formazione di “vegetazioni”, cioè accumuli di batteri, fibrina, piastrine e piccoli coaguli aderenti alle valvole del cuore. Queste formazioni possono alterare il normale flusso sanguigno e, nei casi più seri, staccarsi provocando embolie o trombosi. La malattia compare spesso dopo infezioni batteriche trascurate, problemi dentari, interventi chirurgici o abbassamento delle difese immunitarie. I sintomi più frequenti sono febbre persistente, stanchezza intensa, debolezza, sudorazioni notturne, fiato corto e battito cardiaco irregolare. In alcuni casi possono comparire disturbi neurologici improvvisi dovuti al distacco di frammenti embolici. Per riconoscerla è fondamentale eseguire un ecocardiogramma, che permette di visualizzare le vegetazioni sulle valvole cardiache, associato a esami del sangue ed emocolture per individuare eventuali infezioni batteriche in circolo.

EnglishenEnglishEnglish