Autoemoterapia semplice: i macrofagi agiscono solo nel punto dell’iniezione o in tutto l’organismo?
I detrattori dell’autoemoterapia sostengono spesso che questa pratica attivi i macrofagi soltanto nel punto in cui viene eseguita l’iniezione – il gluteo, la coscia o il deltoide – e per questo la bollano come inutile. Se fosse realmente così, avrebbero ragione. Ma la realtà è ben diversa.
Mi sono preso la briga di cercare studi che dimostrino come l’autoemoterapia, una volta iniettato il sangue nel muscolo, agisca su tutto l’organismo, intervenendo dove ce n’è bisogno. Questo spiegherebbe perché una persona che pratica l’autoemoterapia per curare, ad esempio, la psoriasi, una carotide occlusa, una ferita che non si rimargina o le piaghe da decubito, etc, dopo alcuni mesi possa vedere la propria patologia migliorare o addirittura risolversi.
Nota: Sono circa cento le patologie sulle quali l’autoemoterapia può agire!
Come ho già spiegato in diverse occasioni, l’autoemoterapia semplice consiste nel prelevare una piccola quantità di sangue da una vena e nel reiniettarla immediatamente nel muscolo, generalmente nel gluteo. Il sangue introdotto nel muscolo si trova fuori dal suo ambiente naturale. Per questo viene riconosciuto dall’organismo come materiale da riassorbire e richiama le cellule incaricate della pulizia e della difesa dei tessuti.
La reazione inizia nel punto dell’iniezione, ma non rimane confinata in quella zona. I segnali prodotti localmente possono raggiungere il sangue, la linfa e il midollo osseo, coinvolgendo così il sistema immunitario generale.
Dal punto dell’iniezione alla risposta generale
Quando il sangue viene iniettato nel muscolo, le cellule del tessuto liberano particolari segnali chimici, chiamati alarmine. Queste sostanze segnalano la presenza di materiale da eliminare e richiamano monociti e macrofagi.
I monociti sono globuli bianchi che circolano nel sangue. Quando escono dai vasi ed entrano nei tessuti, si trasformano in macrofagi. Queste cellule inglobano e rimuovono residui cellulari, microrganismi e materiale danneggiato. Partecipano inoltre alla regolazione dell’infiammazione e ai processi di riparazione.
Si verifica quindi una sequenza precisa:
- Il sangue viene depositato nel muscolo.
- Il tessuto libera segnali di allarme.
- I monociti vengono richiamati nella zona.
- Entrando nel tessuto, si trasformano in macrofagi.
- I segnali immunitari entrano in circolo e coinvolgono altre cellule dell’organismo.
Il punto dell’iniezione rappresenta dunque l’inizio della risposta, non il suo limite.
Il ruolo del midollo osseo
Nel 2017 Dina Soliman ha descritto il sangue iniettato nel muscolo come un materiale che stimola il sistema reticolo-endoteliale e il midollo osseo. Da questa stimolazione deriverebbe una maggiore produzione delle cellule coinvolte nella difesa e nella pulizia dell’organismo.
Il midollo osseo produce i monociti e li immette nel sangue. Queste cellule circolano in tutto il corpo e, quando ricevono un richiamo chimico, abbandonano il torrente sanguigno ed entrano nei tessuti che ne hanno bisogno.
Studio di Dina Soliman:
https://doi.org/10.17265/2159-5348/2017.02.005
L’aumento delle cellule immunitarie
Uno studio pubblicato nel 2024 sulla rivista RECIMA21 ha analizzato le cellule immunitarie dopo l’applicazione dell’autoemoterapia.
Dopo 24 ore, gli autori hanno rilevato:
- un aumento delle cellule indicate come macrofagi dallo 0 al 19%;
- un aumento dei neutrofili dal 43 al 51%;
- una variazione dei linfociti dal 50 al 34%.
Questi cambiamenti sono stati osservati nel sangue e indicano che la risposta non riguarda soltanto il muscolo nel quale è stata eseguita l’iniezione.
Studio completo:
https://doi.org/10.47820/recima21.v5i7.5522
Pagina della rivista:
https://recima21.com.br/recima21/en/article/view/5522
PDF completo:
https://recima21.com.br/recima21/article/download/5522/3805/33228
Nel lavoro di Soliman viene riportato anche un aumento dei macrofagi dal 5 al 22% nell’arco di circa otto ore, con una durata di cinque giorni.
Questo dato spiega perché l’autoemoterapia venga generalmente ripetuta a intervalli regolari: la stimolazione immunitaria descritta non sarebbe permanente, ma avrebbe una durata limitata nel tempo.
I macrofagi agiscono soltanto nel gluteo?
No. La prima reazione avviene nel muscolo, perché è lì che il sangue viene iniettato. Tuttavia, i segnali prodotti in quella zona mettono in movimento una risposta più ampia.
I monociti circolano nel sangue e possono raggiungere ogni organo. Non intervengono però in modo casuale: vengono richiamati soprattutto nei punti in cui esistono infiammazione, danno cellulare o sostanze che devono essere eliminate.
Il sangue passa in tutto il corpo, ma sono i segnali chimici liberati dai singoli tessuti a indicare alle cellule immunitarie dove intervenire.
Possiamo immaginare il processo in questo modo: l’iniezione accende il sistema di allarme, il sangue trasporta le cellule di difesa e i tessuti che hanno bisogno di aiuto inviano il proprio segnale di richiamo.
Per questo una stimolazione iniziata nel gluteo può avere conseguenze anche in zone lontane dal punto dell’iniezione.
Che cosa emerge dalla revisione scientifica
Nel 2019 è stata pubblicata una revisione sistematica degli studi controllati sull’iniezione intramuscolare di sangue autologo.
La revisione conferma che diversi autori hanno attribuito all’autoemoterapia un’azione di modulazione immunitaria, svolta attraverso le citochine, i macrofagi e alcune popolazioni di linfociti T.
Gli studi esaminati hanno riportato risultati favorevoli in diverse condizioni. Gli autori hanno tuttavia richiesto sperimentazioni più ampie e meglio controllate per definire con maggiore precisione efficacia e meccanismo d’azione.
Revisione completa:
https://bmccomplementmedtherapies.biomedcentral.com/articles/10.1186/s12906-019-2643-0
DOI: https://doi.org/10.1186/s12906-019-2643-0
Scheda PubMed: https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/31488127/
In conclusione possiamo dire che la risposta alla domanda iniziale è chiara, anche se la scienza non ha ancora pronunciato il suo verdetto definitivo: l’attivazione immunitaria parte dal punto dell’iniezione, ma non muore lì.
I segnali liberati entrano nel circolo sanguigno e si diffondono nell’organismo. I macrofagi non restano prigionieri della natica: vengono richiamati dai tessuti che lanciano l’allarme e raggiungono gli organi nei quali c’è bisogno del loro intervento. Non è soltanto una reazione locale. È una risposta sistemica.
Se questo meccanismo verrà confermato da studi rigorosi, l’autoemoterapia potrebbe diventare una risorsa concreta, semplice e poco costosa per la sanità pubblica.
E proprio qui emerge il vero scandalo: milioni di italiani (si parla del 68%!) rinunciano alle cure non perché lo vogliono, ma perché non possono più permettersele. Il Servizio sanitario nazionale è stato progressivamente impoverito, privato di personale e risorse, mentre la salute delle famiglie veniva sacrificata al rigore di bilancio e agli interessi privati.
Di fronte a questo disastro, nessuna possibilità può essere respinta per pregiudizio. L’autoemoterapia merita di essere studiata seriamente e, se validata, utilizzata anche nelle strutture sanitarie pubbliche.
Scartarla senza studiarla non è scienza. È una scelta politica. E il prezzo di questa scelta continua a ricadere sui cittadini.
Nota: l’articolo ha finalità divulgative e non sostituisce il parere del medico. L’autoemoterapia richiede adeguate condizioni igieniche e sanitarie e non deve essere eseguita in modo improvvisato.


