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Psoriasi. Ma siamo sicuri che non si possa risolvere senza farmaci? L’autoemoterapia e l’ipoclorito di sodio del metodo Ruffini

Chi vive con la psoriasi sa perfettamente che non si tratta di un semplice disturbo della pelle. Le placche arrossate, la desquamazione e quel prurito incessante rappresentano infatti solo la punta dell’iceberg di una condizione molto più profonda, che finisce per intaccare la qualità della vita, le relazioni sociali e persino l’autostima di chi ne soffre.

Capita spesso di sentirsi a disagio a causa di queste lesioni cutanee oppure di leggerlo negli occhi del nostro interlocutore. Eppure è fondamentale ricordare che la psoriasi non è assolutamente contagiosa. Si tratta, piuttosto, di una patologia infiammatoria cronica che può manifestarsi a qualsiasi età e che, ancora oggi, costituisce una delle sfide più ardue e irrisolte per la dermatologia moderna.

La ricerca scientifica ci indica come alla base di tutto vi sia un’alterazione del sistema immunitario dove alcune cellule diventano eccessivamente attive inviando segnali che accelerano la produzione di quelle della pelle generando un turnover cellulare così rapido da formare le tipiche placche ricoperte da squame biancastre e sebbene le cause esatte non siano state del tutto chiarite e la predisposizione genetica giochi un ruolo indubbio non è l’unico fattore in gioco dato che stress infezioni squilibri metabolici obesità fumo alcol e alterazioni del microbiota intestinale sono tutti elementi associati a un rischio maggiore di sviluppare la malattia o di vederne peggiorare i sintomi

Negli ultimi anni, i ricercatori hanno iniziato a considerare la psoriasi non solo come un problema cutaneo, ma come una vera e propria condizione infiammatoria sistemica. Non è raro, infatti, che i pazienti si trovino ad affrontare anche altre problematiche, come l’artrite psoriasica, la sindrome metabolica, il diabete, l’ipertensione o diversi disturbi cardiovascolari.

Se da un lato la medicina ufficiale dispone oggi di numerosi strumenti terapeutici, tra cui creme a base di corticosteroidi, derivati della vitamina D, fototerapia e farmaci biologici, dall’altro esiste un aspetto che continua ad alimentare il dibattito. La psoriasi rappresenta infatti un peso economico considerevole sia per i pazienti sia per il Servizio Sanitario Nazionale. Alcune stime italiane hanno calcolato che l’impatto complessivo della malattia possa raggiungere circa 2,4 miliardi di euro all’anno, considerando farmaci, visite specialistiche, ricoveri, assistenza sanitaria e perdita di produttività lavorativa. Inoltre, per i casi moderati e gravi, il costo medio annuo per singolo paziente è stato stimato in oltre 8.000 euro, con cifre ancora più elevate nelle forme più severe.

Nonostante gli enormi investimenti economici e i progressi ottenuti dalla ricerca farmacologica, molti pazienti continuano a convivere con riacutizzazioni periodiche della malattia e, in alcuni casi, con effetti indesiderati legati alle terapie. È proprio questa situazione che ha spinto numerose persone a cercare approcci differenti o complementari rispetto a quelli tradizionalmente proposti dalla dermatologia convenzionale. Proprio per questo motivo, molte persone continuano a guardare con interesse anche a percorsi diversi da quelli proposti dalla dermatologia convenzionale. Tra questi, uno di quelli che oggi sta prendendo piede è l’autoemoterapia, una pratica che consiste nel prelevare una piccola quantità di sangue venoso del paziente e reiniettarla immediatamente per via intramuscolare, generalmente nel gluteo.

Questa metodica, come ormai molti sapranno, non è affatto recente. Le sue origini risalgono ai primi decenni del Novecento e, nel corso degli anni, è stata utilizzata da numerosi medici per diverse patologie, in particolare dermatologiche. Tra i principali promotori storici viene spesso ricordato il chirurgo tedesco August Bier, che all’inizio del secolo scorso osservò come il sangue reiniettato potesse stimolare particolari reazioni biologiche dell’organismo. In seguito, la metodica trovò applicazione in diversi Paesi europei e sudamericani, soprattutto prima dell’avvento degli antibiotici e dei farmaci immunomodulatori moderni.

Secondo il Dottor Moura (il medico brasiliano che l’ha fatta conoscer al mondo prima dell’avvento di Internet), il sangue reiniettato dell’autoemoterapia viene riconosciuto dall’organismo come un elemento da rimuovere, determinando l’attivazione di alcune componenti del sistema immunitario, in particolare dei macrofagi, cellule coinvolte nei processi di difesa, pulizia e regolazione dell’infiammazione. Proprio questo possibile effetto immunomodulante è alla base dell’interesse che la metodica continua a suscitare ancora oggi.

Nel fermano, come in altre realtà italiane, negli ultimi tempi vengono riportate testimonianze di persone che affermano di aver ottenuto miglioramenti significativi della psoriasi dopo alcuni mesi di autoemoterapia praticata con regolarità.
In genere occorrono 5-6 mesi in base alla gravità del problema.

Un altro approccio proposto per la psoriasi è l’impiego dell’ipoclorito di sodio secondo il metodo Ruffini. Questo metodo prevede per la psoriasi  l’applicazione di una soluzione di ipoclorito al 14% direttamente sulla parte colpita, da lasciare in posa per circa 45 secondi, prima di lavare abbondantemente con acqua corrente. La procedura viene generalmente ripetuta una volta al giorno per più giorni consecutivi.

Posso testimoniarne personalmente l’utilizzo perché, una decina di anni fa, soffrivo di una forma di psoriasi da stress localizzata dietro i gomiti. Dopo alcuni giorni di trattamento secondo questo metodo, il problema è scomparso e, negli anni successivi, non si è più ripresentato.
Devo però ammettere che è difficile attribuire il risultato ottenuto a un solo fattore. Nel mio caso, infatti, da circa tre anni mi sottopongo regolarmente a sedute settimanali di autoemoterapia e mantengo da tempo livelli elevati di vitamina D3, monitorati attraverso esami periodici. Si tratta di elementi che, secondo alcuni ricercatori e diversi medici orientati alla medicina integrata, potrebbero contribuire al corretto funzionamento del sistema immunitario e al mantenimento dell’equilibrio generale dell’organismo.

Per quanto riguarda l’ipoclorito di sodio, il dottor Ruffini ha descritto la propria esperienza clinica nel libro “Curarsi con la candeggina”, nel quale riporta numerosi casi relativi a diverse problematiche dermatologiche. L’autore sostiene che questo approccio possa essere utile in molte condizioni della pelle; tuttavia, tali affermazioni non sono state confermate da studi clinici controllati di ampie dimensioni e pertanto non fanno parte delle terapie riconosciute dalla medicina ufficiale.

Alla luce di queste considerazioni, ritengo che il miglioramento ottenuto nel mio caso possa essere stato favorito dall’azione combinata di più fattori: il trattamento locale con ipoclorito di sodio, le sedute periodiche di autoemoterapia e il mantenimento di livelli elevati di vitamina D3 nel corso degli anni.
Un consiglio…
Se avete questo problema, perché non provare a fare vostra questa soluzione dai costi irrisori?
A volte le problematiche complesse hanno soluzioni semplici che non vengono portate alla luce solo ed esclusivamente per interessi economici.
La malattia al giorno d’oggi è un business, spesso la soluzione c’è ma non ce la fanno trovare… facciamocene una ragione!

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