Dopo un infarto la cura non può finire con uno stent!
Dopo un infarto, nella maggior parte dei casi succede sempre la stessa cosa. Ambulanza, pronto soccorso, coronarografia, uno o più stent, una valanga di farmaci e poi le dimissioni. Fine della storia. Il paziente torna a casa convinto di essere stato “riparato”, ma quasi mai qualcuno si ferma davvero a chiedersi: perché quell’infarto è avvenuto? Qual è stata la vera causa? Cosa ha creato il terreno biologico che ha portato quell’arteria a chiudersi?
Nella maggior parte dei casi il protocollo è standardizzato. Statine per tutti, antiaggreganti, beta-bloccanti, gastroprotettori e altri farmaci che spesso aumentano negli anni per tamponare gli effetti collaterali dei precedenti. È una medicina impersonale, uguale per tutti, come se ogni organismo reagisse allo stesso modo. Attenzione: non sto dicendo che i medici siano cattivi o incompetenti. Anzi. In Italia esiste una carenza cronica di personale sanitario e negli ospedali si lavora sotto pressione continua. I cardiologi salvano vite ogni giorno e molti pazienti devono la propria sopravvivenza proprio agli interventi d’urgenza. Ma una cosa è salvare una vita nell’immediato, un’altra è capire cosa abbia provocato realmente il problema.
Ed è qui che, secondo me, la medicina moderna mostra tutti i suoi limiti.
Perché se dopo un infarto si facessero esami più approfonditi, spesso emergerebbero cause completamente diverse dal semplice “colesterolo alto”. Ad esempio, pochissimi pazienti vengono controllati per la Lipoproteina(a), detta anche Lp(a), nonostante si stimi che circa un italiano su sei abbia valori elevati. Eppure si tratta di un fattore di rischio cardiovascolare molto importante, spesso genetico, che le normali statine riescono a influenzare poco o nulla. Oppure si potrebbero misurare le LDL ossidate, che sono molto più pericolose delle semplici LDL totali. Perché il problema vero, spesso, non è tanto il colesterolo in sé, ma la sua ossidazione. Un colesterolo danneggiato dai radicali liberi diventa infiammatorio e aggressivo per le arterie.
Si potrebbero fare test come il d-ROMs e il BAP test, utili per capire il livello di stress ossidativo e la capacità dell’organismo di neutralizzare i radicali liberi. Oppure controllare la PCR ad alta sensibilità, l’omocisteina e la vitamina D3, parametri che possono rivelare uno stato di infiammazione sistemica cronica, silenziosa, ma devastante per il sistema cardiovascolare. In pratica, molte persone non hanno un “problema di colesterolo”, ma un problema di infiammazione, ossidazione cellulare, glicazione, carenze nutrizionali o squilibri metabolici. E allora viene spontaneo chiedersi: ha senso dare a tutti la stessa terapia?
Secondo me no.
Perché se si individuasse il meccanismo specifico che ha causato l’infarto, si potrebbe intervenire in modo molto più mirato, riducendo anche gli effetti collaterali dei farmaci. Il problema è che i protocolli ospedalieri sono rigidi e molti medici evitano di uscire dagli schemi. Spesso non si azzardano nemmeno a suggerire un integratore, per paura di problemi disciplinari o contestazioni da parte dell’Ordine dei Medici. Un sistema che, in certi casi, sembra più interessato a difendere i protocolli che a personalizzare davvero le cure. Nel mondo della medicina naturale e integrativa, invece, esistono diversi approcci che meritano almeno di essere conosciuti e studiati.
Ad esempio, alcuni studiosi americani sostengono che una Lipoproteina(a) moderatamente alta possa migliorare con niacina, soprattutto nella forma flush free che evita le fastidiose vampate di calore. In alcuni protocolli integrativi vengono utilizzati anche licopene, luteina, carnitina, berberina e amla, soprattutto in presenza di ApoB elevata o alterazioni metaboliche associate. Le LDL ossidate e lo stress ossidativo, secondo alcune ricerche, potrebbero essere influenzati positivamente dal probiotico Essential ME-3, oltre che dall’associazione tra glicina e NAC (N-acetilcisteina), due sostanze note per il loro supporto alla produzione di glutatione, il principale antiossidante del nostro organismo. Anche l’omocisteina alta, considerata da molti esperti un importante fattore di rischio cardiovascolare, spesso può migliorare con TMG (trimetilglicina) e con un complesso di vitamine del gruppo B ad alto dosaggio, in particolare vitamina B6, B9 e B12.
Per quanto riguarda l’infiammazione sistemica cronica di basso grado, alcuni approcci integrativi attribuiscono un ruolo interessante anche al boro, un minerale poco conosciuto ma studiato per la sua possibile azione modulatrice sui processi infiammatori. Chi presenta glicemia alta, insulino-resistenza o colesterolo alterato potrebbe trarre beneficio, secondo diversi approcci naturali, da sostanze come la berberina, che viene spesso definita una sorta di “metformina naturale”. Anche l’aceto di mele assunto in un bicchiere d’acqua prima dei pasti può aiutare alcune persone a ridurre il picco glicemico post-prandiale. E poi ci sono le abitudini più semplici, quelle che quasi nessuno sottolinea abbastanza: iniziare i pasti principali con un piatto abbondante di verdure crude, aumentare le fibre, ridurre zuccheri raffinati e alimenti ultra-processati, camminare ogni giorno, esporsi al sole per mantenere adeguati i livelli di vitamina D e imparare a gestire lo stress cronico, che spesso rappresenta uno dei principali nemici del cuore.
Naturalmente tutto questo non significa abbandonare le cure mediche o sospendere i farmaci senza controllo. Significa però aprire gli occhi e capire che esiste anche un altro modo di affrontare la salute cardiovascolare: un approccio più personalizzato, più umano, più orientato alla causa e non soltanto alla soppressione dei sintomi. Perché il vero obiettivo non dovrebbe essere semplicemente “sopravvivere” a un infarto, ma capire perché quel cuore si è ammalato.
Per chi desidera approfondire questi temi, nel mio libro “Come ho guarito il mio cuore dopo un infarto” ho raccolto approfondimenti, protocolli integrativi, riflessioni personali e numerosi riferimenti scientifici che mi hanno aiutato nel mio percorso di ricerca per venire fuori da un infarto e da un’ischemia, riprendendomi la mia vita.


