Esami normali ma…avete guardato l’ApoB?
Il video di presentazione del mio libro “Il grande inganno del colesterolo e delle statine”, pubblicato qualche giorno fa su YouTube, ha suscitato grande interesse soprattutto tra le persone di mezza età. Devo ammettere che smontare certi dogmi della medicina moderna, supportato da studi scientifici e prove difficili da contestare, è stato anche piuttosto divertente. Ma la cosa che mi ha colpito di più è stata un’altra: decine di persone mi hanno scritto per chiedermi informazioni su un esame di cui non avevano mai sentito parlare, l’ApoB.
Praticamente tutti coloro che mi hanno contattato mi hanno detto la stessa cosa: il loro medico non aveva mai prescritto questo esame né spiegato la sua importanza. Dopo la diretta streaming, nella quale ho parlato dei possibili danni legati a livelli elevati di ApoB e del rapporto con le particelle LDL più pericolose, molte persone si sono giustamente preoccupate e mi hanno chiesto ulteriori chiarimenti.
Con questo articolo cercherò di spiegare in modo semplice, chiaro e comprensibile perché l’ApoB potrebbe essere uno dei parametri più importanti per valutare il reale rischio cardiovascolare e perché oggi, nonostante le evidenze scientifiche, continui ancora a essere ignorato o sottovalutato.
Per decenni ci hanno insegnato che il problema principale per il cuore fosse semplicemente il colesterolo LDL, il famoso “colesterolo cattivo”, ma negli ultimi anni la ricerca scientifica ha iniziato a mostrare un quadro molto più complesso e soprattutto molto più interessante. Esiste infatti un esame ancora poco conosciuto dal grande pubblico ma estremamente importante per capire il reale rischio cardiovascolare di una persona: l’Apolipoproteina B, chiamata ApoB. Molti medici ancora oggi non la prescrivono di routine, eppure numerosi studi dimostrano che può essere molto più precisa del semplice valore di LDL nel prevedere il rischio di infarto, ictus e aterosclerosi.
Per capire meglio cosa sia l’ApoB possiamo usare un esempio molto semplice. Immaginiamo che il colesterolo viaggi nel sangue dentro dei piccoli camion. Questi camion sono le lipoproteine LDL che trasportano grassi e colesterolo attraverso il nostro organismo. Su ogni camion è presente una sorta di targa identificativa, ed è proprio questa targa che prende il nome di ApoB. In pratica ogni particella LDL possiede una sola ApoB, quindi misurare l’ApoB significa contare quanti camion potenzialmente pericolosi stanno circolando nel sangue. Ed è qui che nasce la differenza fondamentale rispetto al semplice LDL tradizionale. Il colesterolo LDL misura infatti quanto colesterolo c’è complessivamente nel sangue, mentre l’ApoB misura quante particelle aterogene sono presenti. Due persone possono avere lo stesso identico LDL ma un rischio cardiovascolare completamente diverso. Una persona può avere pochi camion grandi, più “morbidi” e relativamente innocui, che trasportano il colesterolo senza creare particolari problemi, mentre un’altra può avere migliaia di piccoli camion carichi di particelle dense e aggressive che riescono a infiltrarsi facilmente nelle pareti delle arterie, dove tendono ad accumularsi, ossidarsi e favorire la formazione delle placche aterosclerotiche.
Ed è proprio questo il punto chiave che spesso viene ignorato. Le particelle LDL piccole e dense sono considerate le più pericolose perché penetrano con maggiore facilità nei vasi sanguigni, si ossidano più facilmente e tendono a creare infiammazione cronica all’interno delle arterie. Con il tempo queste particelle possono accumularsi formando placche aterosclerotiche che restringono il flusso del sangue e aumentano il rischio di infarto e ictus. Al contrario, particelle più grandi e meno numerose risultano generalmente meno aggressive e più facilmente eliminate dall’organismo. Per questo oggi molti ricercatori sostengono che il vero problema non sia tanto la quantità totale di colesterolo ma il numero delle particelle aterogene in circolo.
Negli ultimi anni numerosi studi scientifici hanno confermato questa teoria. Diverse pubblicazioni sul Journal of the American College of Cardiology e su JAMA Cardiology hanno mostrato che l’ApoB riesce a prevedere il rischio cardiovascolare meglio del semplice LDL. Anche molte società scientifiche internazionali stanno iniziando a riconoscere l’importanza di questo parametro perché il danno arterioso dipende soprattutto da quante particelle riescono a penetrare nella parete vascolare. In altre parole, più camion ci sono in circolo, maggiore sarà la probabilità che alcuni di essi si fermino nelle arterie creando danni nel tempo.
Il problema è che moltissime persone presentano ApoB elevata senza saperlo. Questo succede soprattutto in chi soffre di insulino-resistenza, sindrome metabolica, diabete, obesità addominale o trigliceridi alti. In questi soggetti il classico colesterolo LDL può apparire persino normale mentre in realtà nel sangue circolano migliaia di particelle piccole e dense altamente aterogene. È uno dei motivi per cui alcune persone sviluppano problemi cardiovascolari nonostante analisi apparentemente “buone”.
Uno degli aspetti più interessanti riguarda le vere cause che favoriscono l’aumento dell’ApoB. Contrariamente a quello che per anni è stato raccontato, il problema non deriva dai grassi naturali ma dall’eccesso di zuccheri, farine raffinate, alimenti ultra-processati e infiammazione cronica. Quando il metabolismo si altera, soprattutto a causa dell’insulina costantemente elevata, il fegato inizia a produrre un numero maggiore di particelle LDL piccole e dense. È qui che entrano in gioco alimentazione e stile di vita.
Ridurre zuccheri e carboidrati raffinati rappresenta una delle strategie più efficaci per migliorare ApoB e ridurre le LDL aterogene. Molti studi sulle diete low carb hanno mostrato miglioramenti importanti nei trigliceridi, nella sensibilità insulinica e nella qualità delle particelle LDL. Anche il digiuno intermittente in alcuni soggetti può aiutare a migliorare il metabolismo lipidico riducendo l’insulina e favorendo la perdita del grasso viscerale. L’attività fisica ha un ruolo fondamentale perché migliora la sensibilità insulinica, riduce l’infiammazione cronica e favorisce un miglior equilibrio tra HDL e LDL. Non servono necessariamente allenamenti estremi. Anche una semplice camminata quotidiana può produrre effetti molto importanti sul metabolismo cardiovascolare. Allo stesso modo il sonno e la gestione dello stress giocano un ruolo enorme. Il cortisolo elevato e la privazione di sonno aumentano l’infiammazione, peggiorano l’insulino-resistenza e favoriscono l’ossidazione delle LDL. Anche alcuni integratori possono essere utili come supporto metabolico. Gli omega-3 EPA e DHA sono tra i più studiati perché aiutano a ridurre trigliceridi e infiammazione sistemica. La berberina ha mostrato effetti molto interessanti sulla glicemia, sulla sensibilità insulinica e sul miglioramento del profilo lipidico. Le fibre solubili come psillio e beta-glucani dell’avena possono contribuire a ridurre l’assorbimento intestinale del colesterolo e migliorare il microbiota intestinale. Alcuni soggetti trovano utile anche il coenzima Q10 soprattutto quando assumono farmaci ipolipemizzanti.
Per chi è interessato a vedere il video di presentazione del mio libro “Il grande inganno del colesterolo e delle statine”, questo è il link.


