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Colesterolo sopra i 200? Ti dicono che rischi l’infarto. Ma è davvero così?

Negli anni ’50 il colesterolo totale non era considerato un parametro patologico nei termini in cui lo intendiamo oggi. Non esistevano linee guida rigide e un valore di 300 mg/dL rientrava nella normalità clinica. Era diffusa persino una regola empirica: il colesterolo accettabile corrispondeva a “200 più l’età”. Questo significa che una persona di 50 anni poteva avere 250 mg/dL senza che ciò destasse alcuna preoccupazione medica. Il primo vero cambiamento avviene nel 1984, quando il National Institutes of Health negli Stati Uniti introduce le prime raccomandazioni ufficiali: la soglia di attenzione viene fissata a 240 mg/dL. È l’inizio di una nuova era, in cui il colesterolo diventa progressivamente un indicatore centrale del rischio cardiovascolare.

Nel 1993, con il programma NCEP ATP I, si consolida ulteriormente questa visione e si rafforza l’idea di intervenire per ridurre i livelli. Nel 2001, con l’ATP III, la soglia dei 200 mg/dL diventa il nuovo riferimento per il colesterolo totale considerato “desiderabile”. È un passaggio cruciale: milioni di persone che fino a pochi anni prima erano considerate sane iniziano a rientrare nella categoria dei soggetti a rischio. Nel 2013 e negli anni successivi, con le linee guida americane ed europee, l’attenzione si sposta in modo sempre più aggressivo sull’LDL. I target diventano progressivamente più bassi, fino ad arrivare alle raccomandazioni più recenti che suggeriscono valori inferiori a 70 mg/dL, e in alcuni casi addirittura sotto i 55 mg/dL per i soggetti considerati ad alto rischio. In poco più di mezzo secolo, ciò che era normale è diventato patologico. Questo cambiamento non è solo scientifico, ma anche strutturale. Ogni abbassamento delle soglie ha avuto un effetto immediato: ampliare la platea di persone considerate “malate” o “a rischio”. È un passaggio silenzioso ma potentissimo, perché trasforma una condizione diffusa in un problema sanitario su larga scala.

In questo contesto si inserisce il ruolo delle statine, che rappresentano uno dei cardini della medicina moderna. Sono tra i farmaci più prescritti al mondo e, in Italia, il loro impatto economico è enorme. I dati dell’AIFA indicano che la spesa annuale per farmaci ipolipemizzanti, in gran parte statine, supera il miliardo di euro. A livello globale, il mercato vale decine di miliardi ogni anno. Non si tratta di un aspetto marginale: quando un settore raggiunge queste dimensioni, diventa inevitabilmente anche un interesse economico strategico. Abbassare le soglie significa, in modo diretto e matematico, aumentare il numero di persone che rientrano nei criteri di trattamento. Più si restringe il concetto di normalità, più si espande quello di malattia. Questo meccanismo solleva una questione fondamentale: quanto queste scelte siano guidate esclusivamente da evidenze scientifiche e quanto, invece, siano influenzate da un sistema che trae beneficio dall’aumento dei pazienti.

Il confronto storico aggiunge un ulteriore elemento di riflessione. Negli anni ’50, quando livelli di colesterolo più elevati erano comuni e accettati, l’incidenza degli infarti risultava complessivamente inferiore rispetto a quella osservata oggi. È vero che la diagnostica era meno avanzata e la raccolta dei dati meno precisa, ma è altrettanto vero che il contesto di vita era profondamente diverso. Oggi siamo esposti a un ambiente caratterizzato da alimentazione industriale, sedentarietà, stress cronico e disfunzioni metaboliche diffuse. Ridurre tutto al colesterolo significa ignorare queste trasformazioni profonde. Negli ultimi anni, inoltre, la ricerca scientifica ha iniziato a fornire risultati che mettono in discussione la visione tradizionale. Una revisione pubblicata su BMJ Open nel 2016, basata su oltre 68.000 individui anziani, ha evidenziato che livelli più elevati di LDL sono associati a una minore mortalità totale (DOI: 10.1136/bmjopen-2015-010401). Una revisione sistematica pubblicata nel 2018 su Expert Review of Clinical Pharmacology ha concluso che non esiste una chiara associazione tra LDL elevato e aumento della mortalità negli anziani (DOI: 10.1080/17512433.2018.1519391). Questi dati indicano che la relazione tra colesterolo e rischio è molto più complessa di quanto sia stato sostenuto per anni.

Il vero problema emerge quando si sposta lo sguardo oltre il colesterolo. Fattori come la lipoproteina(a), la resistenza insulinica e l’infiammazione cronica di basso grado risultano oggi molto più predittivi del rischio cardiovascolare.
La lipoproteina(a) è un fattore genetico spesso trascurato, ma in grado di aumentare significativamente il rischio anche con valori lipidici normali. La resistenza insulinica altera il metabolismo e favorisce la formazione di particelle di LDL più pericolose. L’infiammazione cronica, infine, rappresenta il terreno biologico su cui si sviluppano le patologie cardiovascolari. Nonostante questo, l’attenzione continua a concentrarsi quasi esclusivamente sul colesterolo. Il motivo è evidente: è un parametro semplice, standardizzabile e facilmente modificabile con un farmaco. Questo lo rende perfetto non solo per la pratica clinica, ma anche per sostenere un sistema economico basato sulla gestione cronica dei pazienti. Si è così sviluppata una medicina sempre più orientata al controllo dei numeri piuttosto che alla comprensione delle cause. Nel tempo, la definizione stessa di normalità è stata modificata, includendo un numero crescente di persone all’interno della categoria dei pazienti. In questo senso, parlare di malati costruiti non è soltanto una provocazione, ma una riflessione su un modello sanitario che tende ad ampliare continuamente i propri confini.
La questione centrale rimane aperta: stiamo davvero prevenendo la malattia o stiamo adattando i parametri per sostenere un sistema? Il colesterolo, da solo, non può spiegare l’aumento delle patologie cardiovascolari moderne. Continuare a trattarlo come il principale responsabile rischia di distogliere l’attenzione dai veri fattori di rischio e di mantenere milioni di persone all’interno di un circuito terapeutico che non sempre coincide con una reale prevenzione.

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