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Autoemoterapia nel Tracoma: La Terapia degli Anni 30 che Stimolava il Sistema Immunitario

Mi è arrivata da poco la fotocopia di un libro degli anni Trenta in cui il tracoma veniva trattato con l’autoemoterapia, e la cosa mi ha fatto riflettere parecchio, soprattutto pensando a quanti medici oggi liquidano questa pratica come una sciocchezza pericolosa.

Quando ho letto il lavoro del dottor Antonio De Logu sull’autoemoterapia e sull’autosieroterapia nella cura del tracoma sono rimasto colpito non solo dagli aspetti clinici ma anche dal coraggio scientifico di un’epoca in cui gli antibiotici non esistevano ancora e il medico doveva basarsi sulla comprensione fisiologica dell’organismo e sulla sua capacità di reagire, quel testo pubblicato nel 1933 rappresenta una testimonianza straordinaria di medicina ragionata, osservazionale e profondamente clinica.

Il tracoma era allora una malattia devastante, una cheratocongiuntivite cronica che portava lentamente alla cicatrizzazione della congiuntiva, alla deformazione palpebrale, all’opacizzazione corneale e infine alla perdita della vista, colpiva soprattutto le classi più povere, si diffondeva facilmente in ambienti sovraffollati e diventava un problema sociale prima ancora che sanitario, le terapie locali dell’epoca come nitrato d’argento o solfato di rame potevano attenuare temporaneamente i sintomi ma non modificavano realmente l’evoluzione della malattia

In questo contesto nasce l’idea dell’autoemoterapia, un metodo semplice ma con una logica precisa, si prelevava un po’ di sangue dal paziente e lo si reiniettava nel muscolo per stimolare una reazione dell’organismo, non era un gesto fatto a caso ma un modo per “risvegliare” le difese naturali, il sangue reiniettato funzionava come uno stimolo che spingeva il corpo ad attivarsi e a rafforzare la risposta generale

L’autosieroterapia era una versione leggermente diversa, dal sangue si separava il siero, cioè la parte liquida, e si reiniettava solo quello, l’obiettivo era ottenere una reazione più controllata e meno irritante nel punto di iniezione ma comunque capace di attivare tutto l’organismo, in entrambi i casi l’idea di fondo era la stessa, non colpire direttamente il microbo ma rafforzare il corpo affinché fosse lui a reagire meglio.

Leggendo i casi clinici descritti da De Logu si nota un aspetto interessante, i risultati migliori si vedevano quando il tracoma non era ancora arrivato alla fase delle cicatrici, si osservava meno arrossamento della congiuntiva, una diminuzione dei follicoli e un miglioramento dei sintomi come la sensibilità alla luce e la lacrimazione, non si parlava ancora di studi scientifici come li intendiamo oggi ma di esperienze dirette sui pazienti, di osservazione attenta e di confronto continuo tra un caso e l’altro.

Quello che mi colpisce di questo lavoro non è solo il fatto che ci fossero dei miglioramenti ma l’idea che sta dietro, cioè che il corpo abbia risorse proprie che possono essere stimolate, che il sangue non sia soltanto un liquido che trasporta sostanze ma anche un mezzo capace di attivare risposte biologiche, e che l’infiammazione, se guidata nel modo giusto, possa diventare parte del processo di guarigione.

Oggi sappiamo che il tracoma è causato da Chlamydia trachomatis e che la terapia antibiotica sistemica ha rivoluzionato la prognosi, eppure non possiamo liquidare con superficialità questi tentativi del passato, perché rappresentano le radici dell’immunomodulazione moderna, molte strategie contemporanee in ambito oncologico e immunologico si basano proprio sull’idea di riattivare o modulare la risposta dell’ospite.

Nel periodo dei primi anni del Novecento l’autoemoterapia e l’autosieroterapia erano tentativi in linea con le conoscenze di allora, non erano pratiche fatte a caso ma il risultato di uno studio attento su come funzionava l’infiammazione e su come il corpo reagiva alle malattie.

Quando leggo questi testi capisco che la medicina non è solo tecnologia e nuovi farmaci ma anche capacità di capire il corpo nel suo insieme, di vedere che una malattia cronica non dipende soltanto da un microbo ma da un equilibrio che si è alterato tra la persona e l’ambiente in cui vive.

Per questo il lavoro di De Logu per me non è solo un documento del passato ma uno stimolo a guardare la medicina in modo più ampio, a non pensare solo al farmaco ma alla risposta complessiva dell’organismo, e a ricordare che ogni epoca ha cercato con i mezzi che aveva di aiutare il corpo a guarire, ed è proprio da questo continuo cercare e riflettere che nasce il vero progresso della medicina.

 

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